STORIA  –                                                              SAN MASSIMO

A Bosco, dunque, la prima casa era inaugurata, i corsi per Adolescenti avviati, e la formazione dei nostri fratelli già impostata. Per la scuola, all’inizio il Padre riuscì a far venire lassù qualche professore, e di valore, come Merlin, Chiaramonte, e il prof. Furlanis insegnante al Maffei. Poi il numero degli allievi aumentò, e le classi pur di pochi elementi – si moltiplicarono. Trovare gli insegnanti per tutti divenne difficile, la spesa sproporzionata. Anziché far salire i professori a Bosco, si pensò di mandare gli allievi a Verona. Allo scopo, il Padre in un primo tempo prese in affitto un appartamento dai Canonici in piazza Duomo.

Per l’insegnamento si prestò generosamente d. Arturo Caceffo. Ma il su e giù da Bosco costituiva un bel perditempo; inoltre studio ed apostolato nella stessa casa avevano esigenze diverse. Soprattutto il Padre guardava lontano e vedeva la priorità, per la crescita dell’Opera, di uno stabile destinato esclusivamente a Scuola apostolica. L’idea era buona.

Ci voleva anche qui un progetto, un terreno, un’impresa, i soliti denari. Ci voleva tanta speranza, perché mancavano tutte queste cose, e in più c’erano ancora debiti in sospeso per la Casa di Bosco. Inoltre il Padre era solo: come avrebbe fatto con due case? Ma poiché la crescita è sempre una sfida, si mise al lavoro, cominciando dalle cose più facili: fin dove poteva andare, andava; più in là sarebbe arrivata quella Provvidenza che gli diceva per ora di mettersi in moto. Dunque, per prima cosa il progetto, o almeno una prima bozza di progetto commissionato all’arch. Manzini, tanto per mettere nero su bianco. Lo presentò a mons. Urbani alla vigilia della sua partenza per Venezia. Il novello Cardinale di suo pugno il 22 dicembre 1958 sottoscrisse: «Benedico di cuore».

 

In tasca avevo il Vangelo

Ora bisognava trovare il terreno: dove? Il posto migliore per una casa di formazione, sembrava essere nelle vicinanze del nuovo Seminario di Verona in località S. Massimo, per la comodità di una frequenza regolare. Si permise di chiedere direttamente al Seminario, se cedeva una porzione edificabile. In risposta si ebbe la notizia che il terreno era vincolato.

Allora cercò attorno al Seminario, presso i confinanti. Una preghiera alla piccola Madonna Addolorata che sta sulla casa all’incrocio di via del Bisso con via Bacilieri, e poi qualche informazione: «Sapete chi è il proprietario di questo terreno?». Gli riferirono che si trattava di un impresario di Verona, di cui fornirono l’indirizzo e la sede degli uffici. «Che abbia intenzione di vendere? ». La fama che godeva all’intorno era d’essere una persona poco trattabile, gelosa delle sue terre: teneva perfettamente recintata la proprietà; anzi, qualcuno ricordava d’aver sentito che non avrebbe venduto neanche a prezzo d’oro. Le notizie, per nulla confortanti, consigliarono il Padre a saggiare il terreno su un altro lato del seminario, nella speranza di imbattersi in qualche confinante meglio disposto. Un buon uomo che aveva seguito i discorsi si permise di suggerire: «Se io fossi in lei, tenterei ugualmente; non si sa mai…». In queste parole possibiliste, il Padre vide un invito della Provvidenza ad avere fiducia. Gettò nel vigneto qualche medaglia della Madonna Miracolosa: pensasse Lei ad aprire un varco nel muro di cinta! Poi si recò all’indirizzo annotato. Non poté parlare direttamente con il proprietario, anziano e indisposto; trattò la cosa con il figlio Massimiliano, il quale prese nota, riservandosi di parlarne con papà quanto prima. Nemmeno un accenno al prezzo, rinviando la questione ad accertata volontà di vendita. La settimana seguente il Padre ripassò dallo studio del geometra. Il figlio era uscito un momento. Sul tavolo vide steso un foglio mappale: al centro un tratto rosso accendeva la speranza. Massimiliano rientrò: poche parole per dire che papà aveva dato il consenso. Piegato sul tavolo, indicò i mappali interessati e il frazionamento proposto. Un ultimo ‘particolare’: il prezzo.

Nel Padre la gioia di aver trovato il terreno si scontrò con il non avere di che pagarlo. Il geometra sul principio non colse l’imbarazzo, perché era evidente… che il terreno glielo donava. Se si fosse parlato di vendita, non avrebbe nemmeno proposto la cosa a papà! Con la buona notizia sul volto, passò dall’arch. Manzini, il quale godette con lui di questi evidenti scherzi della Provvidenza «più unici che rari». Preso il progetto e adagiatolo sulla carta, il brano mappale risultò stretto: bisognava allargare il terreno di altri 500 mq. Ancora a botta calda, tornò nello studio del geom. Massimiliano.

Nessun problema: un nuovo tracciato rosso e il terreno risultò in tutto conforme ai desideri. Anzi, senza andare in cerca d’altri, il Padre pensò bene di affidare alla stessa persona la costruzione. Un preventivo chiavi in mano, ed una clausola imposta dalla situazione: avrebbe pagato con un po’ di calma, quando la Provvidenza avesse concesso.

L’impresa accettò anche questa condizione e il contratto venne firmato il 2 settembre 1959. A sera, ritornato nella comunità di Bosco, il Padre concluse l’Adorazione eucaristica con le seguenti parole: «Ho firmato quel contratto perché in tasca avevo il Vangelo; il portafoglio l’aveva Beppino con dentro 30 lire. Tornando, siamo rimasti a piedi, senza benzina… Ho firmato senza avere nessun appoggio umano. Se l’avessimo, andremmo ad attaccarci a quello, mentre abbiamo bisogno di attaccarci solamente e totalmente a Dio. Il Vangelo è vero, voi aiutatemi a credere».

 

Penso all’avvenire

Il primo di novembre, sull’imbrunire, mons. Carraro benediva la prima pietra, presenti alcuni sacerdoti e teologi del seminario. La costruzione procedette rapidamente, sempre sollecitata dal Padre; in un anno le opere murarie e le finiture erano al completo e il 31 ottobre 1960 si poteva inaugurare la Casa. La richiesta del Vescovo di prestargliela per i chierici tolse al principio l’imbarazzo di come tenerla aperta: ci pensava il Seminario, e i nostri primi due teologi ebbero per tre mesi le lezioni addirittura in casa!

L’unico problema rimasto in sospeso era di saldare il debito con l’impresa. A Bosco i soldi erano venuti in buona misura prima ancora dell’inizio dei lavori; e ci volevano per smuovere il Vescovo! Per la casa di San Massimo vennero dopo, goccia a goccia, tanto che il Padre ricorda di aver eseguito più di duecento minuscoli versamenti per arrivare, dopo alcuni anni, al saldo. Ma, per via straordinaria o per via ordinaria, con la fiducia nella Provvidenza si riesce sempre: «Tutto è possibile per chi crede!». Del resto a Nazareth si è poveri davvero, e la croce dei poveri è fatta anche di debiti.

Di questi poi è giusto soffrirne, ma non oltre il dovuto. La situazione economica “al lumicino” non impensierì più di tanto il nuovo Vescovo. Ben altro era il segno che lui e la Chiesa attendevano dall’Opera: «Io penso all’avvenire di questa istituzione; e mi dico: il segno che Dio benedice, il sigillo per così dire che Dio pone in un’Opera può essere di varia natura. Può essere segno di benedizione la prosperità, il consenso, l’appoggio che questa Istituzione prova, i benefici che riceve, i làsciti, i doni… Può essere un segno di benedizione il contrario: la tribolazione, la difficoltà, l’asprezza, le incomprensioni, le amarezze, anche questo, molte volte questo. Ma certo, il sigillo più sicuro che Dio benedice è lo sforzo di crescita spirituale che anima tutti i componenti della Istituzione. Quando c’è questo, anche mancassero gli altri due ci fosse l’uno o ci fosse l’altro, ci fosse la sofferenza oppure la benedizione dei doni di beneficenza dove c’è questo, Dio è presente, Dio benedice, Dio feconda l’Opera vostra e la farà, secondo il suo disegno, crescere».

 

Per la formazione degli apostoli

Con il nuovo anno, dopo il trasferimento dei seminaristi, la comunità entrava nella casa l’8 gennaio 1961. Sette fratelli e due sorelle (sr. Sofia e sr. Rosa) prendevano il volo. Smembrarsi da Bosco fu doloroso: pianti e lamenti al momento della partenza! (si fa per dire). Il Padre guidava la comitiva; giunto a San Massimo, andò dritto in Seminario a prelevare Gesù nel Sacramento: con Lui presente, la casa era piena, la serenità di Nazareth assicurata. A cena si mangiò volentieri ciò che la Provvidenza fin dal primo giorno aveva fatto trovare.

Erano le prime esperienze di quanto la mano del Signore fosse ‘lunga’ perché arrivava… fino a San Massimo! Lo avevano già inteso che non sarebbero rimasti soli! Un segno anticipatore l’avevano visto nei giorni precedenti l’inaugurazione. Mentre i fratelli sgambettavano affaccendati per le pulizie, Nardo Peretti (come poi sempre nelle altre case) si era messo a dipingere la pagina evangelica della Provvidenza, che, anche quella volta, avrebbe terminato non a notte fonda, ma alle prime luci dell’alba. Stava appunto sulla porta della Chiesa iniziando a scrivere le parole: «Non angustiatevi dicendo: che cosa mangeremo?», quando suona il campanello. C’è una cesta di panini e insaccati, che serve magnificamente per la cena al sacco. Di cena in cena, quante volte la Provvidenza avrebbe suonato alla porta per assicurare che non si era dimenticata!

Il Padre poteva tornare a Bosco e lasciare i novelli chierici soli, custoditi sotto le ali della Provvidenza. Così rimasero per tutto quell’anno. Soli, apparentemente. Da Bosco il Padre scriveva: «Carissimi, vi sento sempre così vicini… che questa mattina devo proprio parlarvi come se mi foste qui nello studio… Che vuole il Signore da voi? Che vi irrobustiate, che vi teniate pronti a tutto osare e sopportare per la grande causa; e che non facciate mai il torto a Gesù di diffidare neanche per un momento della sua bontà e sapienza.

Dunque avanti ogni giorno di più sul santo monte dal quale si possono salvare tante anime, sul Calvario di Gesù e vostro» 1. Soltanto il 28 ottobre 1961 mons. Carraro gli poteva dare in aiuto quel sacerdote che dal 31 maggio 1958 egli aveva chiesto a mons. Urbani «per attuare con passo meno lento gli scopi dell’Opera» 2. Per quattro anni, cioè fino a quando non ebbe sacerdoti propri, l’Opera camminò con l’aiuto prima di d. Dante Merlin e poi di d. Angelo Messetti. Dopo l’arrivo a Bosco di d. Dante, il Padre prese dimora a San Massimo, persuaso che per dare impulso agli apostolati si sarebbe dovuto sacrificare nella formazione degli ‘apostoli’. Là risiedette fino al 1965. Da allora la Casa ha tenuto accesa la sua fiamma.

Anche nei momenti di smarrimento, quando molti seminari chiusero le porte, pur tra mille difficoltà, il Padre si è impegnato per continuare ad offrire ai ragazzi il clima ideale dove accogliere e custodire la chiamata del Signore. Ed i frutti non sono mancati.

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